Un Verdone inedito, quello che l’altra sera ha intrattenuto gli ospiti e i soci dei Club Roma Nord Est e Roma Capitale, nella superba location del Gran Hotel Flora. Un Interclub dedicato al grande attore romano, considerato l’erede di Alberto Sordi.

Chi l’avrebbe detto, visto che lui stesso ha raccontato che in principio voleva diventare un assistente universitario, nell’ambito della cultura medio orientale, la sua prima passione. Nelle parole dell’attore regista fanno capolino i teatrini off degli inizi, il ruolo del padre, uomo di cinema, e della madre, la sua prima fan. E’ stata lei a sostenerlo anche nei momenti difficili, che non sono mancati. Poi sono arrivati “Un sacco bello”, “Bianco Rosso e Verdone”, fino alla consacrazione con “Borotalco”.

Naturalmente, si è parlato della crisi che affligge il cinema di casa nostra. E non soltanto. “Servono i buoni film, che parlano al cuore della gente. Non se ne fanno più”. Ma esprime la cauta speranza che la settima musa possa risorgere dalle sue ceneri.

E’ interessante sentire quello che un artista del suo calibro, con la sua storia professionale, ha da dire sulle serie dei vari Network, che “riducono all’osso il ruolo dell’autore” e sembrano essere per il cinema ciò che la tv fu per la radio.

Verdone descrive, con l’abituale carica di umanità e ironia, la catena di montaggio di autori e attori, raccontando l’esperienza di “Vita da Carlo”, serie di grande successo su Prime. E si congeda dagli ospiti rotariani, con un buon auspicio: “Mi sono sentito a casa. Spero di ritornare”. Ci contiamo, maestro.